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Lattuale Tarquinia, città piena di vita, non si sovrappose
alletrusca Tarchna, ma nacque nellalto medioevo, forse
in età carolingia, su una collina vicina, distinta da quella dei
Lucumoni.
Del medioevo conserva tuttora laspetto arroccato e pietroso,
racchiusa come è da una intatta cerchia di mura dalla quale torri,
palazzi, e chiese si affacciano a guardare il mare. Per un millennio,
fin quasi ai nostri giorni, questo paese ha avuto un altro nome:
Corneto.
Intorno allanno mille, Corneto era una città marinara, prospera
e aperta a tutte le esperienze culturali che le giungevano da terra
e da mare.
Era soddisfatta di sé e sperimentò soluzioni architettoniche sempre
più audaci nelle pregevoli chiese romaniche che costruì per fede
e per orgoglio: San Martino, tuttora sede parrocchiale, San Salvatore,
San Giacomo, lAnnunziata, affacciate su dirupi di sasso vivo
verso la valle del fiume Marta e le colline degli Etruschi. Soprattutto
Santa Maria in Castello, la chiesa romanica più grande della città,
con labside rivolta verso il mare, fortezza agli occhi dei
nemici, esempio di civiltà per i naviganti e i viaggiatori, oggi
meta privilegiata di turisti e studiosi.
Il suo imponente cantiere lavorò per anni, senza una programmazione
definita, per sperimentare sempre nuove soluzioni.
Leffetto cercato e ottenuto fu splendido e solenne. La Basilica,
accanto alla quale svetta la torre più alta della città è grande
forte, serena, racchiusa in solide masse di macco dorato, semplice
perché orgogliosa.
Narrano i cronisti che la sua mole, la lucentezza di quella che
fu la sua cupola, lo svettare dellalta torre, servissero da
riferimento alle navi che incrociavano il Tirreno.
Nel periodo comunale, Corneto si costruì il palazzo civico che fa
ancora mostra del suo orgoglio e sperimentò precocemente alcuni
elementi fondamentali del gotico, inserendoli negli impianti romanici
delle chiese che stavano sorgendo nel cuore della città: San Pancrazio,
San Giovanni Gerosolimitano e San Francesco, il suo tempio più grande,
i cui archi acuti del transetto si ergono ad altezze quasi vertiginose.
Intorno a queste chiese si aggrega ancora un intrigo di stradine
che recano intatto il loro tessuto medievale, un vero e suggestivo
camminare nel passato, tra archetti, case, profferli, palazzetti,
monasteri e torri.
Sono le molte torri, infatti, a costituire la caratteristica più
spettacolare del panorama tarquiniese. Alcune sono mozze, altre
intatte; alcune si ergono isolate nelle piazze o nei prati, altre
sono inglobate nelle dimore delle famiglie allora potenti. Il solo
Palazzo dei Priori, massiccia fortificazione urbana, ne ostenta
almeno sei.
Intorno alla prima metà del 1400 Giovanni Vitelleschi, cardinale
e condottiero, potentissimo plenipotenziario e massimo stratega
della curia romana, eresse due opere che connotano fortemente laspetto
urbanistico della città: una sofisticata fortificazione nella cinta
muraria e soprattutto il suo palazzo gotico-rinascimentale, ora
sede del Museo Nazionale Archeologico Tarquiniense. Suo nipote Bartolomeo
ricostruì ed ampliò il Duomo nel quale si ammirano gli affreschi
del Pastura. Nel Rinascimento, il palazzo Vitelleschi visse lopulenta
atmosfera della corte romana, perché ospitò spesso i papi del tempo
che riempivano la città col loro largo seguito di alti prelati,
dame, principi, paggi e falconieri per dedicarsi alla caccia e alle
lunghe galoppate fino al mare.
Ogni secolo lasciò un segno: una chiesa barocca, una fontana rocaille,
dimore signorili ottocentesche. Perciò camminare oggi per Tarquinia,
percorrere cioè le strade della vecchia Corneto, di volta in volta
città marinara, libero comune, protosignoria vitelleschiana, residenza
papale è, davvero, attraversare la storia
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