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Tarquinia degli Etruschi

Narra il mito che non lontano dal fiume Marta, in un luogo dove ancora restano i segni del più grande tempio etrusco che la storia ci abbia lasciato, accadde un evento fatale: da un solco appena aperto dall’aratro, balzò un essere divino, fanciullo nell’aspetto e vecchio nella saggezza, che rivelò agli Etruschi la disciplina della loro religione.
Tarchon, al quale il fanciullo/vecchio che si chiamava Tagete era apparso, fondò nel luogo del prodigio una città sacra, alla quale dette il nome Tarchna, cioè Tarquinia.
Col tempo Tarquinia diventò così grande che per estensione e numero dei cittadini fu eguagliata solo da Atene dopo la vittoria sui persiani. Era bella, vivace, colorata, pervasa dalla ricchezza, dal soffio della civiltà e della cultura, dall’uso di ogni raffinatezza.
Un riflesso di questo splendore è, come per miracolo, ancora a tratti visibile nelle pitture murarie della sua necropoli, scavata nel macco dorato e ancora immersa nel colore.
I blu, i verdi-olivo, i rossi, i neri sembrano ancora freschi come se gli antichi pittori li avesse dipinti solo ieri.
Il visitatore che scende nelle tombe viene trasportato d’incanto, a 25 secoli di distanza, nel cuore delle grandi famiglie etrusche, nei padiglioni di caccia, all’interno delle case, e diventa testimone oculare delle loro cerimonie e delle loro feste, tra danzatori, musici, commensali in vesti preziose e servi silenziosi che attendono al loro compito.
Oppure, come sulla macchina del tempo, viene trasferito in luoghi all’aperto dove con giovanile alacrità si pesca in mari dalle onde arricciate e si cacciano uccelli che a miriadi volano nel cielo; o si trova in mezzo agli atleti, tra lottatori, pugili, lanciatori di disco, gladiatori con elmo, schinieri e scudo, sorpresi nell’istante più teso, irrigiditi dalla concentrazione.
Sulle pareti delle tombe etrusche di Tarquinia si vedono le bighe sfrecciare velocissime. Il vincitore, ormai sicuro al traguardo, si volta indietro per controllare gli avversari. Dietro, una biga s’è rovesciata col timone rotto, un cavallo impennato, ed un auriga caduto nella polvere.
Nel VII secolo, dalla grande, opulenta, vivace e sacra Tarquinia, partì un uomo ricchissimo, un po’ pioniere, un po’ colonizzatore, ma soprattutto civilizzatore. Si chiamava Luchmon e divenne il quinto re di Roma col nome di Tarquinio Prisco.
Fu lui, infatti, a trasformare l’insieme di capanne preistoriche sparse su sette colli intorno ad un guado paludoso del fiume Tevere in un luogo di inconfondibile impronta urbana.
Qui trasportò le insegne, le cerimonie e le istituzioni giuridiche di Tarquinia. Tra queste l’Imperium, con tutta la sua simbologia maestosa di autorità, dignità, sacralità, intoccabilità e comando; e la manifestazione che, nata etrusca, resterà per un millennio l’evento romano più solenne e caratteristico: il trionfo del conquistatore che rientrava nell’urbe con le sue truppe vittoriose seguito dal corteo dei vinti in catena e dei carri colmi di bottino.
L’opera iniziata da Tarquinio Prisco fu coronata da altri due re etruschi, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Ma Roma diventò presto una grande macchina da guerra e i primi ad esserne schiacciati furono proprio gli Etruschi e la stessa Tarquinia, madre dei vinti e dei vincitori.


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