|
Erano belle,
enigmatiche, potenti e consapevoli.
Per incontrarle si deve venire a Tarquinia. Bisogna poi incamminarsi
nei campi che guardano il mare, superare ciuffi di rose di macchia,
di asfodeli e di ginestra; infine scendere i gradini delle tombe
della grande necropoli.
Qui esse appaiono dipinte a freschi colori, riemergendo dalla notte
dei tempi con i loro volti pallidi e assorti, i capelli morbidi
raccolti sulla nuca o ricadenti a boccoli e trecce.
Indossano abiti di sottilissimo lino ricamato e trapunto, mantelli
di lana dai bordi ben rifiniti, calzature fantasiose, le più fantasiose
che si possano immaginare. I bracciali sembrano tintinnare ancora;
gli orecchini, le ghirlande di foglie doro e le collane di
ambra trasparente balenano alla luce delle lampade.
Molte si presentano danzando: alcune si muovono con passi accorti,
consapevoli dei simboli e sensibili al tocco dei misteri; altre,
arcaiche ed eccitate, si lasciano andare ad impeti selvaggi, gettano
indietro la testa, piegano le lunghe mani, scuotono le nacchere
in ritmi folli che si propagano ovunque e si trasmettono alla natura
circostante.
Gli uccelli quasi spauriti si alzano in volo, i leoni spalancano
le fauci, le pantere inturgidiscono le mammelle, i delfini si inarcano
per tuffarsi nel mare.
Dipinta sulle pareti della Tomba dei Tori, una donna dalle carni
chiare e lo sguardo velato, si abbandona esplicitamente al sesso
con degli uomini bruni. Nella Tomba della Fustigazione unaltra
si lascia sferzare e si concede contemporaneamente a due compagni
di complicati piaceri.
Non
erano queste, però, le potenti donne etrusche che, disprezzate dai
greci e dai romani ma tenute in pregio dalle grandi famiglie di
cui erano il fulcro, tiravano i fili della politica, solleticavano
le ambizioni e, quando era necessario, guidavano il carro da guerra.
Le vere signore di Tarquinia, pervase di cultura e raffinatezza,
appaiono piene di splendore sedute in banchetto nelle loro case
dai soffitti colorati o nei loro giardini.
Sono adagiate su letti coperti di stoffe e cuscini preziosi tra
ghirlande multicolori, circondate da ospiti pieni di vita, da danzatori
e giocolieri che riempiono laria di magica gioia e dai servi
che, vestiti di una sola coroncina di mirto, attendono silenziosamente
ai loro compiti.
Gli uomini le guardano con rispetto e le sfiorano con delicatezza,
offrendo con un sorriso luovo, simbolo di feconda immortalità,
tenuto tra il pollice e lindice della mano alzata.
Nelle tombe di età tarda, quando la lotta mortale contro Roma era
ormai cominciata, esse hanno invece lo sguardo pieno di oscure consapevolezze.
Intorno a loro ogni sorriso sembra svanito per sempre e il gioioso
convito di ospiti nella cerchia familiare si è ormai trasformato
in banchetto funebre nellAde.
Il veloce girotondo dei danzatori è diventato un mesto corteo di
anime; la gioia e il senso di affermazione di cui prima esse traboccavano
ha ceduto alla serenità malinconica ed alla cupezza del fatalismo.
Perché le donne etrusche, presaghe e sensibili, sapevano che il
tempo concesso dagli dei alla loro nazione, immersa in un implacabile
ritmo in cui tutto era già stato scritto e stabilito, stava per
scadere.
Presto il felice popolo dei Tirreni sarebbe scomparso e sulla sacra
Tarquinia, centro del mondo che amavano, sarebbe caduto loblìo.
|